Categorie: Architettura

Olimpiadi d’autore: le architetture moderne delle grandi archistar

Ogni Olimpiade è un laboratorio a cielo aperto. Si sperimentano prestazioni, ma anche linguaggi e tecnologie. I record finiscono negli annali, gli edifici restano nella memoria urbana. E quando a progettare sono le archistar più famose del mondo, gli impianti sportivi diventano un messaggio alla città, al Paese, al mondo.

 

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Il “Bird’s Nest” di Herzog & de Meuron per Pechino 2008

 

Top 5 architetture moderne olimpiche delle archistar

In cinque tappe – Tokyo, Monaco, Barcellona, Pechino, Londra – le architetture moderne firmate da Kenzo Tange, Frei Otto, Arata Isozaki, Santiago Calatrava, Herzog & de Meuron e Zaha Hadid hanno fatto molto più che “ospitare” lo sport: hanno raccontato un’epoca e, spesso, l’ambizione (e le contraddizioni) delle città.

Ecco alcune delle architetture olimpiche moderne più iconiche, progettate da architetti di fama internazionale:

  • Kenzo Tange – Yoyogi National Gymnasium, Tokyo 1964
  • Frei Otto – Olympic Roof, OlympiaPark, Monaco 1972
  • Arata Isozaki e Santiago Calatrava– Palau Sant Jordi e Torre di Montjuïc, Barcellona 1992
  • Herzog & de Meuron – National Stadium “Bird’s Nest”, Pechino 2008
  • Zaha Hadid – London Aquatics Centre, Londra 2012

 

Kenzo Tange e la copertura come un “drappo” (Tokyo 1964)

A Tokyo 1964 il Giappone vuole presentarsi al mondo come un Paese moderno, proiettato al futuro. Kenzo Tange risponde con il Yoyogi National Gymnasium, un edificio che evoca un gesto unico, quasi calligrafico: due grandi cavi portanti e una copertura che scende in curve tese, come un drappo sospeso.

 

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I cavi principali (enormi, in acciaio, ancorati a torri in calcestruzzo) sono il segno principale che organizza tutto il resto, trasformando l’ingegneria in estetica. Il progetto della copertura viene selezionata a soli 20 mesi dall’inizio dei Giochi. Un’opera che oggi richiederebbe iter lunghissimi.

 

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Frei Otto e la trasparenza “democratica” (Monaco 1972)

Se Tokyo è una scultura tesa, Monaco 1972 è un paesaggio leggero. La copertura del Parco Olimpico di Monaco non si impone come un monumento chiuso, ma sembra piuttosto una nuvola trasparente che scivola sopra stadio e impianti. La celebre copertura a tensostruttura trasparente progettata da Frei Otto – premio Pritzker postumo – è una delle opere più rivoluzionarie dell’ingegneria del Novecento, diventata un’icona mondiale per la sua leggerezza.

 

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Sotto carico e con le variazioni di temperatura, gli angoli della rete possono cambiare fino a 6 gradi. I pannelli rigidi (acrilici) non sono stati fissati come una facciata normale, ma sono stati collegati in modo flessibile, appoggiati su supporti in neoprene, lasciandoli quasi “galleggiare” per assorbire i movimenti. Uno di quei dettagli che trasformano un’icona in una lezione tecnica.

 

 

 

Arata Isozaki e il tetto “sollevato” dal suolo + Santiago Calatrava e la torre come “scultura” (Barcellona 1992)

Barcellona 1992 è l’Olimpiade in cui la città si riscrive, e il Palau Sant Jordi è uno dei suoi capitoli più riusciti: un’arena indoor pensata da vivere anche dopo i Giochi. Il Premio Pritzker Arata Isozaki non cerca la provocazione, ma la precisione. E la precisione qui diventa spettacolo costruttivo. La copertura – una grande volta centrale – misura 136 metri per 110 ed è stata assemblata interamente a terra e poi sollevata fino a 45 metri di altezza.

 

 

A pochi passi dal Palau Sant Jordi c’è anche la torre per le telecomunicazioni in acciaio e cemento bianco costruita dall’architetto Santiago Calatrava. Progettata per trasmettere le immagini dei Giochi, simboleggia un atleta che sostiene la fiaccola olimpica e la sua inclinazione le permette di funzionare come una gigantesca meridiana, proiettando l’ombra sulla Plaça d’Europa.

 

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Herzog & de Meuron e il “nido” che unisce struttura e facciata (Pechino 2008)

Pechino 2008 ha due volti: la monumentalità e la spettacolarità. Il Bird’s Nest è l’emblema di entrambe. E la cosa più affascinante è che il linguaggio usato da dalle archistar Herzog & de Meuron – quell’intreccio di acciaio diventato subito soprannome globale – non è un rivestimento, ma è il progetto stesso.

 

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Nel National Stadium struttura e facciata coincidono, in una griglia spaziale dove pilastri, involucro e copertura si integrano. Con l’aggiunta in alcune parti di membrane in ETFE (polimeriche trasparenti ad alta resistenza), che mantengono intatta l’idea di nido. Tra le più grandi strutture d’acciaio mai costruite, il Bird’s Nest è diventato l'unico impianto al mondo ad aver ospitato le cerimonie di apertura e chiusura sia di un'Olimpiade estiva (2008) che di una invernale (2022).

 

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Zaha Hadid e l’“onda” che cambia pelle (Londra 2012)

Zaha Hadid, tra le archistar più famose della storia contemporanea, ha progettato il London Aquatics Centre per le Olimpiadi di Londra 2012. La copertura fluida e dinamica richiama il movimento dell’acqua ed è uno degli esempi più noti di architettura organica applicata a un impianto sportivo. Il tetto ondulato lungo 160 e largo 80 metri si solleva come un’immensa onda e racchiude le piscine del centro con un gesto fluido, appoggiandosi su soli tre supporti di cemento.

 

 

L’Aquatics Centre non è un progetto sovradimensionato. È stato concepito per funzionare anche dopo la fine dei Giochi. Durante le Olimpiadi, infatti, la capienza è stata moltiplicata con due grandi tribune provvisorie accostate alla struttura principale, che sono state rimosse dopo le gare. Il centro sportivo attualmente può ospitare 2.500 persone, una capienza adatta all’utilizzo degli abitanti del quartiere.

 

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Giacomo Casarin

Scritto da Giacomo Casarin

Formazione da architetto e giornalista di professione, Giacomo lavora da anni con riviste, media e aziende del settore Architettura & Design per informare sui trend del mercato e comunicare la cultura del progetto.

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