Si chiama Domani, forse… l’esposizione dedicata all’artista Davide Pegoraro che esplora il dialogo silenzioso tra pittura e natura, dove il colore diventa linguaggio e libertà. Il curatore della mostra Roberto Nardi l’ha intervistato presso Dal Pozzo Galleria d’Arte, dove la personale è stata prorogata fino al 28 marzo 2026.
Roberto Nardi. Domani, forse… è una pittura di colore, di paesaggio, di natura. Qual è il tuo rapporto con la natura?
Davide Pegoraro. Il mio rapporto con la natura non è mai stato del tutto canonico. Provengo da una famiglia che possiede campi e terreni, ma non ho mai vissuto la natura come lavoro agricolo. L’ho piuttosto osservata, attraversata, fotografata. Mi sono perso dentro argini e campi, lasciando che fosse uno spazio di contemplazione.
RN. La tua pittura non rappresenta, ma suggerisce.
DP. Non ho mai sentito la necessità di rappresentare o identificare luoghi specifici. La pittura è da sempre per me un punto di partenza, un pretesto. Serve a far accadere qualcosa: i luoghi della natura, anche quelli sconosciuti, per me sono mondi che possono essere antichi o futuri, che diventano viaggi all’interno di questo campo misterioso che è la tela. La pittura è uno spazio in cui perdersi, dove scoprire angoli sconosciuti.
RN. È uno spazio che ti porta a intervenire o ad assorbire?
DP. All’inizio pensavo di dover dominare lo spazio, decidere direzioni e risultati. Con il tempo, e con la maturazione del lavoro, ho capito che si tratta piuttosto di subire, di scoprire lentamente. È un processo di trasformazione che emerge piano piano.
RN. La pittura è un linguaggio capace di essere contemporaneo ed eterno nella storia dell’arte. Nel tuo lavoro si avverte una forte sensibilità attuale, soprattutto nel rapporto con il paesaggio e con l’elemento naturale, ma allo stesso tempo emerge una lontana affiliazione con la storia dell’arte, in particolare con alcuni momenti del secolo scorso. Che tipo di dialogo senti di avere con questa eredità?
DP. Credo molto nella pittura come pratica necessaria, quotidiana. È un esercizio continuo, fatto di scontri, di riposizionamenti, di confronto costante con la tela. Questo passa inevitabilmente dallo studio e dall’umiltà di guardare ai grandi maestri: inglesi, francesi, olandesi. Ogni pittore ha guardato altri pittori prima di sé. C’è un aspetto profondamente umano in questa continuità, una stima per il lavoro passato, che sprona a nuovi susseguirsi, a nuovi livelli.
RN. Un maestro dell’arte contemporanea parlava, in un suo ciclo di opere, di “scontro di situazioni”. Questo parallelismo sembra emergere anche nel tuo essere oggi in una galleria giovane con un linguaggio che unisce passato e presente. Come ti senti in questo momento, essendo la tua prima personale in uno spazio privato?
DP. Mi sento onorato per l’opportunità e per la fiducia che mi è stata data. Sono grato a chi ha creduto in questo percorso. Da un lato c’è grande entusiasmo, dall’altro la consapevolezza che il lavoro nasce da una dimensione molto intima. Portare alla luce il risultato dello studio è uno sforzo emotivo forte e gratificante, ed è anche ciò che muove il lavoro successivo, il prossimo quadro. Mi piace definirmi più pittore che artista: sono legato alla pittura come pratica, come gesto e come rito antico.
RN. Nel tuo modo di stendere il colore convivono gesti lenti e frenetici, una campitura e un particolare. La tua mostra sembra raccontare la tua direzione odierna, che esce da una dimensione di definizione rigida di alcuni spazi, per andare in una fase di apertura spaziale, meno ancorata a riferimenti rigidi come orizzonti o figure riconoscibili.
DP. Credo che il lavoro spesso nasca da una frenesia iniziale, da un’energia primordiale molto caotica e fisica. È una fase liberatoria e gestuale. Ho la sensazione di partire quasi sempre da una dimensione “celeste”, intangibile. Una volta chiarita quella parte, bastano poi pochi interventi: scelte compositive, tagli, prospettive. Dei piccoli tocchi legano il tutto, ma non vogliono dare risposte definitive. Non credo nei quadri che rispondono, ma in quelli che lasciano domande.
RN. Anche il titolo della tua mostra non dà risposte.
DP. Personalmente ritengo sia un titolo azzeccatissimo. È un titolo che sento profondamente mio, racchiude qualcosa che ho sempre pensato ma che non sarei mai riuscito a formulare così chiaramente. Parla del mio lavoro e della pittura in sé: rappresenta una proiezione, un’incertezza, un continuo mettersi alla prova. Rappresenta anche il tentativo di far accadere qualcosa, è la costante sfida che la pittura mi pone ogni giorno in studio. È la scelta, sempre rinnovata, di rimettersi alla prova con la tela.
Domani, forse… di Davide Pegoraro è un invito a immergersi in un linguaggio visivo che evoca l’ineffabilità della natura. Ogni opera diventa una traduzione emotiva del paesaggio: visione, atmosfera e colore si fondono, trasformando la realtà in pura suggestione. Vi invitiamo a visitare la mostra presso Dal Pozzo Galleria d’Arte, in esposizione fino al 28 marzo 2026.