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5 domande a Stefano Bombardieri, in mostra a Padova

Scritto da Giacomo Casarin | 6-mar-2024 15.01.53

Stefano Bombardieri è un artista di fama internazionale, il cui lavoro è stato presentato in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, nonché nell’ambito della Biennale d’Arte di Venezia. Le sue opere sono ora esposte nel cuore di Padova, presso AD Dal Pozzo Galleria d’Arte, in una mostra curata da Nicola Galvan dal titolo Stefano Bombardieri. Spiriti animali.

 

 

Il maestro Bombardieri, noto in tutto il mondo per le sue sculture imponenti e audaci che includono come soggetti animali selvatici, in questa particolare occasione presenta circa 20 opere di carattere scultoreo, pittorico e progettuale che sussurrano sorprendenti allegorie visive. L’inventiva surreale dell’artista ci parla di aspetti fisici, concettuali e anche etici. Il direttore artistico della galleria Maurizio Pentimalli ha avuto il piacere di intervistarlo.

 

Il maestro Stefano Bombardieri

 

1. I soggetti delle opere

Domanda. Rinoceronti, elefanti, balene, gorilla, lottatori di Sumo. Molti di tuoi soggetti rimandano a qualcosa di voluminoso e imponente. Quale la motivazione di questa scelta?

Risposta. La scelta di questi soggetti, in particolare pachidermi, ha una doppia valenza. Esteticamente sono animali molto adatti alla mia scultura che si basa sulle masse e sul contrasto tra peso e leggerezza. In secondo luogo, dal punto di vista percettivo e, oserei dire, neurologico, la grande dimensione di questi esseri non può lasciare indifferenti, qualcosa smuove all’interno di ognuno di noi.

 

2. La scultura monumentale

D. Le tue sculture, fin dunque dalla scelta dei soggetti, si prestano ad assumere grandi dimensioni e ad essere collocate nello spazio urbano o naturale, dove possono essere “scoperte” anche dal pubblico non specializzato. Puoi dirci di più a proposito di questa esigenza di superare il confine degli spazi per consuetudine dedicati all’arte?

R. La parola chiave è appunto “scoperta”. Mi piace giocare sullo spiazzamento: svoltare l’angolo in un contesto metropolitano ed imbattersi in un enorme elefante disorientato, ricordarsi a quel punto che abbiamo di fronte un nostro coinquilino, di un pianeta che l’essere umano non rispetta. Non si tratta più di una scelta volontaria, di una visita in uno spazio consueto dedicato all’arte, bensì un incontro casuale, che tutti possono fare, un incontro che suscita meraviglia ma nello stesso tempo ci deve far pensare.

 

L'opera in mostra "Passaggio elefanti"

 

3. I disegni

D. In questa esposizione sono presentati dei disegni digitali: alcuni hanno carattere progettuale, altri narrativo e visionario, e sembrano voler denunciare la prepotenza esercitata dall’uomo verso l’ambiente naturale e le specie in via d’estinzione. Vuoi parlarci di questo particolare versante del tuo lavoro?

R. Utilizzando animali come metafore di una condizione umana viene naturale approfondire la ricerca che riguarda nello specifico il pericolo di estinzione di moltissime specie. I progetti disegnati digitalmente parlano di questo e in alcuni casi descrivono nella pratica come viene concepita una installazione urbana.

 

La scultura "La forma e il contenuto". Sullo sfondo, i disegni digitali di cui si parla nell'intervista

 

4. Il concetto

D. Hai affermato che le tue opere hanno una natura concettuale. Puoi spiegarci meglio questa lettura?

R. Mi definisco un artista “figurativo/concettuale”, la mia scultura non vuole essere semplicemente un esercizio di stile, non può essere puramente estetica, deve racchiudere in sé un concetto, il manufatto è il media attraverso il quale la mia filosofia deve arrivare al pubblico nella maniera più naturale possibile.

 

5. Il padre

D. Sei figlio dello scultore Remo Bombardieri. Viene spontaneo pensare che il tuo interesse per la scultura abbia un carattere “ereditario”, ma è davvero così? In che modo il lavoro di tuo padre può aver esercitato un’influenza sul tuo?

R. È naturale, ma non scontato, che un figlio d’arte segua le orme del padre. Nel mio caso devo tutto a lui, sicuramente dal punto di vista artistico, ma soprattutto dal punto di vista umano. È stato per me un esempio sotto tutti i punti di vista. C’entra la genetica ma non solo: fondamentale è stato crescere in un determinato ambiente e apprendere da lui gli aspetti più tecnici di questo lavoro così da avere a disposizione tutti i mezzi per ricercare una mia identità e potere esprimermi.